Nel cuore dell’Appennino laziale, tra i boschi della Valle dell’Aniene, sorge Subiaco: meno di 9.000 abitanti, un’abbazia millenaria e una tradizione tipografica che risale al XV secolo.
Nel 2025, questa cittadina è stata scelta come Capitale Italiana del Libro, un riconoscimento che, per la prima volta, mette al centro un piccolo borgo anziché un grande capoluogo.
Una scelta simbolica, certo. Ma anche una provocazione politica e culturale: è possibile fare della lettura un asse di coesione territoriale? I borghi possono davvero diventare poli di produzione culturale e non solo scenografie turistiche?
Perché Subiaco
Subiaco ha una lunga storia legata alla parola scritta. Qui, nel 1465, venne stampato il primo libro in Italia con caratteri mobili: il “De Oratore” di Cicerone. Un primato poco noto, ma che colloca la cittadina tra i luoghi fondativi della cultura tipografica europea.
Negli anni, questa eredità si è sedimentata in archivi, biblioteche, centri studi e nella memoria stessa del paesaggio urbano.
La scelta del Ministero della Cultura di valorizzare questa dimensione storica, collocandola nel presente, punta a rilanciare l’idea di libro come bene comune, non solo come prodotto editoriale.
Un programma ambizioso
La programmazione di Subiaco 2025 prevede oltre 150 eventi: festival diffusi, laboratori per le scuole, incontri con autori, letture ad alta voce nelle piazze, escursioni letterarie nei sentieri monastici, mostre dedicate alla storia della stampa.
Ma la vera ambizione è riconnettere il libro al territorio, riducendo la distanza tra cultura alta e vissuto quotidiano.
Si parla anche di infrastrutture: una nuova biblioteca civica in centro, il rilancio del Polo bibliotecario della Valle, un investimento in accessibilità digitale per i comuni limitrofi.
La sfida dei piccoli centri
Dare a un borgo montano il ruolo di Capitale del Libro significa invertire una logica consolidata: quella che vuole la cultura concentrata nei grandi centri urbani e i territori periferici come meri recettori.
Ma per funzionare, questa inversione richiede un cambio strutturale. I fondi ci sono, ma la capacità di progettazione e di continuità resta il nodo cruciale.
La cultura nei borghi non può essere solo un momento: deve diventare parte di una strategia territoriale integrata.
Bibliodiversità e cittadinanza
Nel 2025 parlare di libri significa anche parlare di accesso, pluralismo, comunità. La lettura non è solo un’attività individuale, ma un gesto collettivo che produce coesione, immaginazione, cittadinanza.
Il progetto di Subiaco può essere letto come un esperimento di bibliodiversità territoriale: mettere in relazione piccoli editori, autori emergenti, lettori non “professionisti”, e farlo fuori dai grandi circuiti.
Se funzionerà, avremo un modello replicabile. Se si fermerà all’enfasi del titolo, rischieremo ancora una volta di celebrare senza costruire.
Un’occasione da non disperdere
La Capitale del Libro 2025 non è solo un evento simbolico. È una sfida concreta a ripensare la distribuzione della cultura in Italia.
Subiaco non chiede di diventare una metropoli, ma di essere riconosciuta come spazio attivo, creativo, strategico.
La cultura non vive solo nei teatri delle grandi città. Vive dove c’è parola, ascolto, immaginazione. Anche — e forse soprattutto — tra le montagne.















