A quattro anni dall’approvazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il settore culturale italiano si interroga sui risultati ottenuti e sulle priorità da definire per il prossimo ciclo di investimenti.
Con il 2026 come orizzonte temporale finale per la spesa dei fondi europei, il tema centrale è uno: la cultura è stata davvero riconosciuta come leva di sviluppo, coesione e trasformazione?
Tra bandi, progettualità locali, digitalizzazione e rigenerazione urbana, non tutto ha funzionato come previsto, e alcune criticità iniziano ad emergere con chiarezza.
Dove sono andati (davvero) i fondi?
All’interno del PNRR, la cultura ha ricevuto circa 6,7 miliardi di euro, distribuiti in sei linee principali:
- tutela e valorizzazione del patrimonio storico-artistico;
- rigenerazione dei borghi;
- rafforzamento delle industrie culturali e creative;
- digitalizzazione dei luoghi della cultura;
- sviluppo di competenze professionali;
- miglioramento dell’accessibilità fisica e digitale.
A livello progettuale, però, molti bandi si sono rivelati poco accessibili per i piccoli enti, le periferie, le reti informali.
Il rischio è che le risorse abbiano premiato strutture già consolidate, lasciando ai margini i soggetti più fragili e sperimentali.
Rigenerazione o vetrinizzazione?
Uno degli assi più finanziati è stato quello della “rigenerazione dei borghi”, con interventi su teatri, musei diffusi, centri culturali.
Tuttavia, molti progetti sembrano orientati più alla promozione turistica che alla costruzione di spazi civici duraturi.
Il modello di sviluppo proposto, in alcuni casi, rischia di riprodurre dinamiche di gentrificazione culturale, dove la cultura è al servizio dell’attrattività, e non del tessuto sociale locale.
Il nodo delle competenze
Un altro punto critico riguarda la formazione delle figure professionali culturali.
Nonostante le risorse previste, il mismatch tra domanda e offerta di competenze resta alto: scarsa valorizzazione dei profili tecnico-scientifici, contratti instabili, mancanza di coordinamento con università e accademie.
Serve una strategia più ampia per rafforzare il lavoro culturale come ambito professionale riconosciuto, stabile e interconnesso con l’innovazione e i bisogni del territorio.
Cosa serve (davvero) per il futuro
Nel definire le priorità per il prossimo ciclo di investimenti, emergono alcune esigenze chiave:
- Decentralizzare la progettazione, coinvolgendo scuole, associazioni, giovani e cittadinanza attiva nei territori;
- Favorire l’accesso ai fondi anche per soggetti non istituzionali, attraverso bandi più chiari, semplificati e continuativi;
- Promuovere la cultura come diritto e infrastruttura sociale, non solo come contenuto o evento;
- Investire nel medio-lungo periodo, evitando la logica del “progetto spot” e sostenendo le organizzazioni nella loro continuità operativa.
Cultura come leva sistemica, non decorativa
Il PNRR ha rappresentato un’occasione storica per la cultura italiana. Ma il rischio ora è che tutto si esaurisca in una stagione di cantieri e inaugurazioni, senza lasciare una vera trasformazione strutturale.
Se il nuovo ciclo di investimenti vuole essere efficace, dovrà abbandonare la visione della cultura come ornamento o volano economico a breve termine, e adottare una prospettiva di lungo periodo, in cui la cultura è riconosciuta come sistema vitale, generativo, inclusivo.
Solo così si potrà davvero parlare di resilienza culturale, non come slogan, ma come politica pubblica.















