Con l’avvicinarsi del Giubileo del 2025, previsto per dicembre, l’Italia — e in particolare Roma — è attraversata da un fermento di cantieri, piani straordinari, progettazioni accelerate.
Come ogni grande evento religioso e turistico, il Giubileo mobilita risorse pubbliche ingenti: si parla di oltre 4 miliardi di euro, destinati a infrastrutture, restauro del patrimonio, riqualificazione urbana e accoglienza.
Ma a quasi un anno dalla celebrazione, ci si chiede: queste opere lasceranno un’impronta duratura o si riveleranno l’ennesimo ciclo di interventi emergenziali, disconnessi e inefficaci?
Le promesse: mobilità, decoro, cultura
Tra gli obiettivi dichiarati del piano per il Giubileo ci sono il miglioramento della viabilità urbana, la valorizzazione dei poli museali, il recupero di spazi degradati, la creazione di percorsi per i pellegrini e i turisti.
Un focus importante è stato posto su progetti culturali: digitalizzazione degli archivi, restauro di chiese e biblioteche storiche, messa in sicurezza di aree archeologiche meno conosciute.
Tuttavia, nella pratica, la maggior parte dei fondi sta convergendo su infrastrutture funzionali alla logistica e al turismo religioso. La componente culturale, pur presente, rischia di restare marginale o non sistemica.
Cultura come effetto collaterale?
Il Giubileo, come Expo o Olimpiadi, è un’occasione che può generare effetti di lungo periodo, ma solo se progettata con visione integrata.
Ad oggi, però, si osserva un’eccessiva frammentazione tra i soggetti coinvolti: ministeri, Comune di Roma, Regione Lazio, Vaticano, Sovrintendenze, enti religiosi e laici.
La cultura non sembra rappresentare un asse trasversale, ma piuttosto un ambito separato, affidato a progetti isolati o relegato a eventi collaterali. Il rischio è quello di una gestione “a compartimenti stagni”, incapace di costruire sinergie e continuità.
Un’occasione per le periferie?
Alcuni interventi previsti nei municipi esterni, come la riqualificazione di spazi pubblici e l’apertura di biblioteche di quartiere, potrebbero segnare un cambio di rotta. Ma è ancora presto per valutarne la portata.
Ciò che manca, finora, è una narrazione coerente dell’evento come volano culturale, capace di includere le comunità locali, i giovani, i centri di produzione indipendente, le scuole, i luoghi informali.
Cosa resterà dopo il 2025?
L’eredità del Giubileo non sarà misurata solo in chilometri di strada o in numero di turisti, ma nella qualità degli spazi restituiti alla cittadinanza, nella solidità delle reti culturali attivate, nella capacità di mettere in dialogo istituzioni e territori.
La domanda centrale resta aperta: il Giubileo sarà un evento “culturale” nel senso pieno del termine, capace di lasciare infrastrutture materiali e immateriali durature?
O sarà, ancora una volta, un’occasione mancata, affidata all’estetica del decoro più che a un progetto civile?















