Negli ultimi anni, si è moltiplicata l’offerta di contenuti, iniziative e strumenti dedicati all’educazione economico-finanziaria dei giovani. Dai moduli scolastici alle app gamificate, dai tutorial social alle partnership tra banche e istituti scolastici, la “cultura economica” è diventata una parola d’ordine ricorrente.
Ma questo proliferare di iniziative solleva una questione fondamentale: stiamo davvero formando cittadini consapevoli o stiamo semplicemente riproponendo, in forma accattivante, un’ideologia economica dominante?
Un’urgenza reale, ma mal posta?
In un’Italia dove l’analfabetismo finanziario resta alto (l’indice OCSE 2023 collocava il paese agli ultimi posti in Europa), l’urgenza di un’educazione economica di base è fuori discussione.
Concetti come risparmio, inflazione, debito, tassi d’interesse, previdenza o investimenti dovrebbero far parte del bagaglio minimo di chiunque.
Il problema è come, da chi e con quale visione del mondo vengono trasmessi questi contenuti.
Un’educazione sbilanciata
Molte iniziative, soprattutto quelle promosse da soggetti bancari o assicurativi, propongono una visione semplicistica e prescrittiva dell’economia: il cittadino responsabile è colui che risparmia, investe, non si indebita troppo, conosce le regole del mercato.
Ma questa impostazione, spesso presentata come “neutrale”, nasconde scelte valoriali e ideologiche forti.
Manca quasi sempre un approccio critico, capace di collegare le nozioni economiche ai temi del lavoro precario, delle disuguaglianze strutturali, dell’economia pubblica, del ruolo dello Stato, della crisi climatica, dei meccanismi di potere.
Economia non è solo finanza personale
Ridurre la cultura economica alla gestione delle proprie finanze individuali rischia di individualizzare problemi collettivi.
Se un giovane non riesce a risparmiare o a investire, la colpa viene fatta ricadere su di lui, non sulle condizioni materiali che lo circondano: disoccupazione, salari bassi, caro-affitti, debiti universitari.
Un’autentica alfabetizzazione economica dovrebbe invece collegare micro e macro, mostrando come le scelte politiche, i modelli di sviluppo, la struttura fiscale e la regolazione dei mercati influenzano direttamente la vita quotidiana.
Spazi di resistenza e sperimentazione
Non tutto però si muove lungo i binari dell’omologazione.
Alcuni docenti, attivisti e progetti indipendenti stanno provando a costruire percorsi didattici alternativi, che usano l’economia come chiave di lettura del mondo: da Marx a Mariana Mazzucato, dalla decrescita felice all’economia femminista, dal mutualismo urbano al bilancio partecipativo.
Anche la crescente attenzione per la “finanza etica”, la “trasparenza bancaria”, le “economie solidali” dimostra che esistono domande culturali nuove, che non si accontentano di spiegazioni standardizzate.
Verso un’educazione economica critica
Se vogliamo formare cittadini e cittadine capaci di orientarsi in un sistema economico complesso, dobbiamo superare la logica paternalistica del “ti spiego come gestire i tuoi soldi”.
Serve invece costruire strumenti per analizzare, interrogare, contestare e trasformare il sistema stesso.
In gioco non c’è solo la conoscenza del linguaggio economico, ma la possibilità di incidere sul futuro. E questa, più che una competenza tecnica, è una questione profondamente politica.















